giovedì 29 dicembre 2011

Papa-leo e papà-tuo

La notizia che sarà Rocco Papaleo ad affiancare il confermato Gianni Morandi nella conduzione del 62° Festival della canzone italiana di Sanremo, nel ruolo che l’anno scorso fu di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, riveste a mio avviso un’importanza che va al di là della mera notazione giornalistica. È la testimonianza che, prima o poi, il lavoro paga sempre e, quando si ha un’occasione unica e (forse) irrepetibile come Sanremo per farsi conoscere al grande pubblico, difficilmente la si butta al vento. È successo l’anno scorso alle due ex Iene, attori veri e consumati da anni di teatro; è successo, a ritroso nel tempo, per i vari Michelle Hunziker, Gene Gnocchi e Paola Cortellesi,  giù giù fino a Patrizia Rossetti, impeccabile nel 1982. Artisti con la maiuscola d’obbligo, che sul palco, in epoche e direzioni artistiche differenti, sono usciti tutti vincenti dal frullatore sanremese con il doppio favore di pubblico e addetti ai lavori. Certo, occorre che, al di là della bravura dell’interessato, ci sia tutt’attorno un universo che giochi a far sì che questo talento venga portato alla luce nel giusto modo. Altrimenti il rischio, concreto, è quello d’imbattersi in buoni artisti che all’Ariston sono andati incontro a prestazioni più o meno mediocri, con uno spazio talvolta quasi nullo. I casi sono tanti: su tutti quelli di Lorella Cuccarini (1993) e delle coppie Claudia Gerini-Serena Autieri e Bianca Guaccero-Andrea Osvart, piegate dall’ingombrante presenza di Pippo Baudo nel 2003 e 2008. Non si parla qui né di conduttori veri e propri, che hanno in mano le redini della kermesse, né tantomeno di vallette o valletti, termine aberrante ma che rende bene l’idea dell’(in)utilità di questi sul palco. Qui si parla di quel corposo limbo intermedio popolato da figure che, in caso di emergenza, un festival te lo possono anche salvare. Un po’come successe l’anno scorso con Bizzarri e Kessisoglu, che riempirono con sapienza le incertezze nella conduzione di Morandi e qualche buco di troppo di scaletta, o nel 2001 con Chiambretti. Per Papaleo è un’occasione unica per farsi conoscere al grande pubblico televisivo, che lo ricorda, se va bene, solo se accostato ai film di Pieraccioni, abbattendo nel contempo quegli inutili steccati (tutti italiani, ndr.) che vogliono un attore buono o solo per il cinema o solo per le fiction o solo per il teatro, ignorando che, se uno attore lo è per davvero, è buono e per il cinema e per la televisione e per il teatro. Papaleo è artista poliedrico e attore capace, abile nel saper passare da film disimpegnati a prove d’autore (la sua interpretazione del piccolo politicante Cucchiaro in “Del perduto amore” di Michele Placido è una piccola perla). Un istrione che ha sempre spaziato dal cinema al teatro, dal cabaret alla musica, passione quest’ultima ben concretata nella sua prima regia cinematografica, il recente e delizioso “Basilicata coast to coast”, ma anche dalla pubblicazione, nel lontano 1997, di un album d’inediti, “Che non si sappia in giro”, di cui l’attore di Lauria curò testi e musiche, non banali. Uno capace, insomma, ora chiamato alla prova del nove. Accanto a sé avrà una modella ceca – pare appassionata di musica – Ivana Mrazova e la ventisettenne Tamara Ecclestone, figlia del padre padrone della Formula 1, Bernie, che al momento risulta essere, accanto a un’indiscutibile avvenenza, la sua qualità migliore. Questione di papà, insomma… o Papa-leo o papà-tuo.

martedì 30 agosto 2011

"Ciò che non posso avere"


gobbiS'intitola "Ciò che non posso avere" (Zeta Factory, Venus/Believe) il disco d'esordio di Barbara Gobbi, cantautrice e chitarrista modenese. Un album graffiante, robusto e ben confezionato con dieci tracce dalle marcate venature rock, che confermano le qualità compositive dell'artista e ben riproducono la sua energia live. A trainarlo il bel singolo "Certezze e cemento", brano con cui Barbara ha vinto nel 2010 la sezione cantautori della quarta edizione del Tour Music Fest 2010 (sbaragliando la concorrenza di altri 4mila concorrenti), conquistando nello stesso anno anche il terzo posto e il "Premio Musica É" al "Contursi Festival", che io presentavo. Un brano, "Certezze e cemento", entrato nella playlist di Rai-Isoradio attraverso il programma "Diesel" di Alessandro De Gerardis, attento osservatorio sulla scena musicale indipendente italiana, e poi, prima della pausa estiva, piazzatosi al 39° posto della Indie Music Like top 100, la classifica dei cento brani indipendenti più trasmessi dal circuito di radio, web radio e new media legati alla IML. Annotazioni non marginali, ma che testimoniano ulteriormente la bontà di un progetto discografico, la cui gestazione è stata particolarmente lunga e travagliata, ma che affonda le radici in una passione autentica, concreta e antica per la musica dell'autrice. "Ciò che non posso avere" è un disco che si fa ascoltare con naturalezza e piacere (lasciando la voglia di sentirlo una volta ancora) lungo dieci tracce ben incastonate tra loro e passando per temi come l'abbandono, il dolore, il conflitto tra anime amorose, che spesso si rifugiano dentro maschere. Il suono è asciutto, duro, vero, con poche concessioni ad arrangiamenti barocchi e all'uso di archi, riportando perfettamente sullo spartito ciò che le parole dicono. C'è, per qualità dei testi e costruzioni armoniche, quasi un'eco della prima Carmen Consoli. Tra le chicche, a mio avviso, oltre al singolo, "Afa circonda", "Intrigante" e "La lieta notizia". "Ciò che non posso avere" è, insomma, un album da avere, per riconciliarsi con la buona musica, il cantautorato non banale e la ricca forza creativa della scena indipendente italiana. Barbara Gobbi arriva da una terra straordinariamente fertile, da sempre, dal punto di vista musicale e il suo stile, che non scimmieggia o strizza l'occhio a chicchessia, le consente di occupare con piena dignità un posto in quella terra. Sperando sia solo la prima tappa di un lungo percorso, good luck, Barbara!


giovedì 7 luglio 2011

Scudetti e Facchetti

Giacinto Facchetti 2.jpgFin dall'estate del 2006 sono convinto di una cosa: quello scudetto non andava assegnato. Mai avuto dubbi. Perchè se, come emerso e confutato dalle carte del pm Stefano Palazzi, la stagione di Serie A 2005/2006 seguì regole "sue", fu giusto toglierlo alla squadra che lo vinse sul campo, ma non fu propriamente corretto darlo in premio a una squadra terza classificata, a 15 punti dalla prima e non solo per magheggi e ruberie di Moggi & co; anche se, all'epoca, l'Inter sembrava al di sopra di ogni sospetto e ora, cinque (5!) anni più tardi, sono emerse carte e intercettazioni che proverebbero un craxiano "così facevan tutti", curiosa regola tutta italiana, per cui se uno solo ruba è un ladro, ma se lo fanno tutti sono dei drittoni. Quello scudetto, per me, lo vinse la Juventus; lo vinse sul campo perchè aveva formazione e tecnico migliori, meritandoselo. Ma se, come sostenuto da Palazzi, Moggi e Giraudo si resero protagonisti di fatti "di differente gravità, protrazione e invasività" rispetto, per esempio alle altre punite di allora (Fiorentina, Lazio e Milan) e all'indiziata di oggi (Inter), andando ad ammorbidire, fare pressione, piegare alle loro logiche da delirio d'onnipotenza dirigenti, designatori arbitrali, fischietti e quant'altro, quello scudetto andava tolto. E così fu. Punto. Invece, l'allora Commissario Straordinario della Figc, Guido Rossi, insieme a tre Saggi, decise di andare oltre, assegnando il tricolore all'Inter, formazione, per l'appunto, arrivata a 15 punti dalla Juve, a 12 dal Milan, dopo un campionato mediocre, soprattutto per colpe sue. Subito allora i primi sospetti, per quell'esperienza di cinque anni di Rossi come dirigente finanziario nell'Inter e, diciamocelo, anche per esser stato alla guida di quella Telecom Italia poi passata a Tronchetti Provera (e dove tornerà brevemente dopo Calciopoli), manager di metà delle grandi aziende italiane, tra cui Pirelli, sponsor storico del club dei Moratti, e membro del cda nerazzurro. Allora i sospetti, oggi le ulteriori carte del Pm Palazzi a chiusura delle indagini sulle intercettazioni che riguardavano proprio l'Inter e nel dettaglio, il suo Presidente di allora, il compianto Giacinto Facchetti, e l'allora azionista di riferimento, l'attuale Presidente, Massimo Moratti, accusati di aver conversato anch'essi con gli allora designatori (o disegnatori?) arbitrali e, per questo, di aver violato, gli Art. 1 e 6 del Codice di Giustizia Sportiva, che fanno riferimento rispettivamente a slealtà e illecito. Accuse che metterebbero l'Inter sullo stesso piano di Fiorentina, Lazio e Milan, tutte penalizzate all'epoca, ma che sono, altra aberrante consuetudine tutt'italica, orami prescritte. Dunque, uno scudetto premio a una confutata "onestà" che, oggi, appare fuori luogo, al di là di ogni campanilismo. L'Inter e Moratti farebbero bene a rinunciare allo scudetto e pure alla prescrizione. Perchè, così facendo, potrebbero difendersi in prima persona nel processo sportivo - cosa finora mai accaduta - e anche perchè, andando a ricostruire giornalisticamente la storia, l'impianto accusatorio di Palazzi contro Fiorentina, Lazio e Milan è già stato sconfessato dalla Corte Federale. Un'operazione che consentirebbe di fugare, in caso di assoluzione, ogni dubbio e di lavare storia e maglia dell'Inter da quelle lordure sentite ultimamente. Perchè digitare su Google il nome di Giacinto Facchetti e veder uscire come risultato le foto di Bergamo, dell'arbitro Nucini e di altri smanettoni corrotti è ben più avvilente, pruriginoso e deprimente che rinunciare a uno scudetto a tavolino. Allora chiamavano tutti, è vero, ma basta ascoltare e leggere le intercettazioni, per capire che chiamavano per motivi diversi, con toni diversi e da posizioni diverse. Non si poteva fare, è vero, quindi giusto non assegnare lo scudetto, ribadisco, e, in caso di rinuncia alla prescrizione, magari beccarsi anche qualche punto di penalizzazione. Ma il nome di Facchetti, soprattutto ora che una malattia se l'è portato via, deve uscirne senza la minima macchia. Uno come lui andrebbe insegnato a scuola, portato a esempio di chi il calcio lo sceglie, fin dalle giovanili, perchè, in caso di piedi buoni, porta in breve soldi e figa a palate. Io per vedere ripristinata l'integrità e l'onestà di Facchetti, rinuncerei anche agli scudetti 2007, 2008, 2009 e 2010. Da un lato gli scudetti, dall'altro Facchetti...