mercoledì 27 giugno 2012

I Dialettanti di Saxa Rubra

Europei 2012, il calendario dell’ItaliaGuardare gli Europei sulla Rai è un'esperienza quasi mistica; bisogna essere di bocca buona e manica piuttosto larga. Uno segue una telecronaca di Gianni Bezzi, ascolta un commento di Collovati o assiste agli ansiosi interventi di Paola Ferrari e si chiede: "Possibile che non ci sia di meglio?" Sì, è ovvio, di meglio esiste e porta il nome di Sky, Mediaset e, un poco più lontano, di Sportitalia. Ma, per rimanere in casa Rai, che a differenza delle sopraccitate è servizio pubblico, basterebbe spostarsi per una manciata di minuti dallo schermo alla radio per avere delle risposte esaustive in tal senso. Ora, perché da tempo le spedizioni giornalistiche di viale Mazzini risultino eccellenti a livello radiofonico e pessime in tv, rimane un mistero di faticosa soluzione. Si dirà che la radio è di un'altra scuola e ben altra pasta e che non ha subìto l'imputtanamento contenutistico e morale della sorella. Ma non basta. Raisport è una bolla sospesa nello spazio-tempo; uno strano e curioso microcosmo fermo al paleozoico televisivo in cui, gattopardescamente, tutto deve cambiare perché tutto resti uguale. La spedizione al seguito del campionato europeo di calcio, divisa tra Italia e Polonia, è al solito molto generosa. E il panorama ampio e variegato: si va dal populismo di Bruno Gentili al popolano di Gianni Bezzi (memorabile il suo "Che palo, rega!" in Portogallo-Olanda, citato da Luca Bottura); si passa dalle sagge ovvietà dei vari Collovati, Dossena, Righetti all'ovvia saggezza di D'Amico, snocciolata con quel vago tono da "ma vattela a pia n'nderculo". C'è la teutonica abnegazione di Stefano Bizzotto e c'è la più becera italianità di Marco Mazzocchi (che, per inciso, della spedizione in terra polacca-ucraina è team leader, ndr.). Ci sono i kierkegaardiani Bartoletti e Zazzaroni, i peripatetici Volpi e Galeazzi e la filosofia spicciola dei Failla e Paris di turno. E si è poi da qualche tempo affermata ai piani alti di Saxa Rubra la convinzione che nei programmi di approfondimento sportivo sia imprescindibile la presenza nel dibattito di un elemento di distrazione, spesso comica. Il "gene Gnocchi", insomma: un contrappeso inserito a forza nel programma con l'idea che, non facendolo, si risulti noiosi e superati, ma con il risultato opposto di abbassare ulteriormente la qualità e la digeribilità del prodotto. All'insegna dell'infotainment si è distrutto tutto: conduttori ingessati, opinionisti che difettano in ironia e comici ormai parodia di se stessi, ciascuno dei quali pensa che l' "utile idiota" sia l'altro. Aldo Grasso ha parlato di "antichità e autodistruttività" della Rai in materia di Europei, aggiungendo che perfino una tv locale come Telenorba saprebbe fare di meglio. Non si fatica a credergli. Ma a me Raisport ricorda più una di quelle compagnie dialettali a forte radicamento locale; una cosa alla Legnanesi o ai Dialettanti di Vetralla, per intendersi. Pensateci, gli ingredienti ci sono tutti: c'è il capofamiglia, spesso en travesti, che tesse le fila della storia, difendendo la sua casa dagli attacchi esterni; c'è la finta bella non più giovane adornata con vestiti appariscenti; c'è l'occhialuto e rubicondo parente, dalla forchetta facile e dalla battuta sempre pronta; c'è una corte popolata da persone bizzarre che, più o meno a loro agio, interpretano un ruolo, fino alla passerella finale in cui tutti applaudono: un po' perché il cervello è sufficientemente macerato, un po' perché l'ora si è fatta tarda, un po' perché, dai, pare brutto, si sono impegnati. Ecco, Raisport è tutto questo. Certo, non mancano gli elementi positivi: i vari Bizzotto, Cerqueti, Antinelli (a tratti), Lollobrigida e Rimedio emergono di una spanna buona dal livello medio offerto. Ma, a proposito degli ultimi due, andrebbe osservato che hanno rispettivamente 41 e 40 anni e vengono spacciati da viale Mazzini come il "nuovo che avanza"; ci sono almeno dieci anni di troppo. Una postilla, infine, sulla scenografia degli studi Rai: graziosa, ben curata, un po' troppo rigida forse. Ah, no, scusate, quella è Simona Rolandi...

lunedì 21 maggio 2012

Caffè lungo e bello caldo

L'Italia è un paese dalle mille contraddizioni. È un paese che piange morti che neanche conosce e non saluta il vicino di casa. È un paese dai perenni lutti, che lista a nero la sua bandiera e la mette come immagine del profilo  di Facebook per sedare una coscienza civica che non ha. È un paese che si sente tale solo in due-tre occasioni di fine primavera e quando in campo c'è una casacca azzurra, alè! È un paese che si proclama unito, ma che è fatto di mille pezzi mal rattoppati. L'Italia è un paese cattolico, che bestemmia come pochi; un paese cattolico e praticante, che va alla messa tutte le domeniche di buon'ora, ma che a messa scruta, giudica e, pettegolo, sentenzia; è un paese cattolico, praticante e liberale, ma "varda un po' chel negher lì" e "che vergogna tutti 'sti froci in giro"; l'Italia è un paese cattolico, praticante, liberale e puritano, che va a puttane due volte alla settimana. È il paese dei dei giovani che guardano con fastidio i vecchi e dei vecchi che guardano con diffidenza i giovani; è il paese dove non si cede il passo e il posto, mai e in nessun caso: e se sei zoppo o poveretto, fatti tuoi, la ruota gira, i gli ultimi saranno i primi. Siam gente che non saluta e non ringrazia più, che parla l'inglese imparato alla Shenker perchè-senza-dove-vai e non sa più un italiano elementare tanto-dai-è-uguale-quante-storie. Vogliamo, urliamo, pretendiamo pari diritti e meritocrazia diffusa, ma per un posticino per mio figlio in quell'asilo elegante, quel parcheggio riservato, quel contrattino da impiegato 1200 euro netti con tredicesima e buoni pasto inclusi adesso telefono a chi dico. Siamo il paese delle eterne emergenze, dove un processo dura in media dai cinque ai dieci anni. Siamo teledipendenti, ah che bella la tv elegante di una volta, vogliamo una televisione di qualità, cribbio e, a proposito, che è uscito ieri al televoto e chi ha vinto la prova ricompensa? Sgommiamo al semaforo, impenniamo le moto, incliniamo le navi e poi ciao; abbiamo culi da urlo e cali da paura. Viviamo come se non ci fosse un domani, con uno sguardo malinconico al passato e un desolante presente stretto tra le mani. Siamo giovani che fanno mille cose per sbarcare il lunario, chiamati mammoni e sfigati da certi papponi che non faranno mai niente fino alla morte. Abbiamo trote, squali e boccaloni. Viviamo di quiz e spritz, cud e suv, frizzi e lazzi, tasse e risse. Facciamo cene eleganti con suore e infermiere perché teniamo tanto alla salute e alla famiglia tradizionale. Siamo assuefatti al dilagante magna magna come alle immagini sbiadite di quel 4-3 tra Italia e Germania. "Ma guarda che così fan tutti, l'andazzo è questo: adeguati, testina!" Celebriamo con uguale enfasi lutti e rutti, canotte e mignotte, sederi e poteri. Dobbiamo "fare sistema", "metterci in rete" e andare genericamente un po'affanculo. Siamo faciloni e approssimativi, ma il caffè lo voglio lungo, bello caldo, in tazza grande e con latte freddo a parte, s'il vous plaît. Voltiamo gabbana, chiniamo la testa, prestiamo il fianco, ci tappiamo le orecchie, gli occhi ma mai la bocca. Siamo questo, molto altro e il contrario di tutto. Ma per il 90%... c'è sempre quel 10% che mi dà la speranza di guardare a domattina. Per quanto mi riguarda, voglio un caffè lungo, bello caldo, in tazza grande e con latte freddo a parte. Grazie!

venerdì 20 gennaio 2012

L'eroica normalità

Il comandante deve abbandonare la nave per ultimo, provvedendo in quanto possibile a salvare le carte e i libri di bordo, e gli oggetti di valore affidati alla sua custodia". "I tesserati, gli affiliati e gli altri soggetti dell'ordinamento sportivo devono comportarsi secondo i principi di lealtà e correttezza  [...] È fatto divieto ai tesserati, gli affiliati e gli altri soggetti dell'ordinamento sportivo di compiere, con qualsiasi mezzo, atti diretti ad alterare artificiosamente lo svolgimento o il risultato di una gara, ovvero ad assicurare a chiunque un indebito vantaggio nelle competizioni sportive." In un momento storico e in un paese in cui l'inosservanza, spesso ostentata, delle regole è diventata insana consuetudine, è proprio partendo dall'analisi di quelle regole che si può capire un paese, un'epoca. Quelle citate sopra non sono affermazioni affiancate casualmente. Sono rispettivamente frammenti dell'art 303 del codice di navigazione e degli artt. 2 e 3 del codice di comportamento sportivo del Coni. Sono la trasposizione scritta del perchè io non consideri eroi un giovane calciatore e un capitano di Marina. Per inciso Simone Farina, centrocampista del Gubbio, che a dicembre ha rifiutato una tentativo di combine di una partita di Coppa Italia, facendo emergere un nuovo scandalo scommesse del calcio nostrano, e Gregorio De Falco, capo della sezione operativa della Capitaneria di porto di Livorno, vent'anni in Marina prima d'imbattersi nella tragica notte dell'Isola del Giglio. Il fatto che Farina e De Falco vengano celebrati come eroi moderni, custodi di chissà quali virtù, è nel contempo il segno dello sbandamento e della vacuità della nostra morale sociale e del bisogno di figure positive da contrapporre ai (tanti) mostri sbattuti in prima pagina. In un'epoca normale, in un paese normale i Farina e i De Falco sarebbero figure dai contorni indefiniti, persone perbene e gentiluomini persi in un mondo fatto di loro simili che li rende indistinguibili. In un paese come il nostro, in un'epoca come quella che stiamo vivendo, i loro comportamenti, il loro modus vivendi, la loro coscienza diventano motivo di stupefatta ammirazione, di un'additata diversa moralità, premiata (almeno in un caso) con riconoscimenti via via più pomposi, come fosse rarità - e di fatto lo è - in un mondo che si autodichiara marcio, corrotto, svuotato di ogni etica. È l'asticella che misura l'altezza morale del nostro paese. Un paese che si stupisce di un politico che non lucra, di un medico che esercita con gli occhi su un paziente e non all'orologio o al calendario, di un passante che restituisce un portafoglio non suo, di un commerciante che denuncia uno strozzino, di un cittadino che paga le tasse, che saluta, ringrazia e non fotte il prossimo. Finchè le mosche bianche saranno i Farina e i De Falco, invece che gli Schettino, i Doni o i Gervasoni, le cose non potranno andare bene. Calerà lo spread, aumenteranno i posti di lavoro, magari crescerà persino il potere d'acquisto. Ma resteremo una società povera. La nostra crisi passa anche - e soprattutto - da qui.


giovedì 29 dicembre 2011

Papa-leo e papà-tuo

La notizia che sarà Rocco Papaleo ad affiancare il confermato Gianni Morandi nella conduzione del 62° Festival della canzone italiana di Sanremo, nel ruolo che l’anno scorso fu di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, riveste a mio avviso un’importanza che va al di là della mera notazione giornalistica. È la testimonianza che, prima o poi, il lavoro paga sempre e, quando si ha un’occasione unica e (forse) irrepetibile come Sanremo per farsi conoscere al grande pubblico, difficilmente la si butta al vento. È successo l’anno scorso alle due ex Iene, attori veri e consumati da anni di teatro; è successo, a ritroso nel tempo, per i vari Michelle Hunziker, Gene Gnocchi e Paola Cortellesi,  giù giù fino a Patrizia Rossetti, impeccabile nel 1982. Artisti con la maiuscola d’obbligo, che sul palco, in epoche e direzioni artistiche differenti, sono usciti tutti vincenti dal frullatore sanremese con il doppio favore di pubblico e addetti ai lavori. Certo, occorre che, al di là della bravura dell’interessato, ci sia tutt’attorno un universo che giochi a far sì che questo talento venga portato alla luce nel giusto modo. Altrimenti il rischio, concreto, è quello d’imbattersi in buoni artisti che all’Ariston sono andati incontro a prestazioni più o meno mediocri, con uno spazio talvolta quasi nullo. I casi sono tanti: su tutti quelli di Lorella Cuccarini (1993) e delle coppie Claudia Gerini-Serena Autieri e Bianca Guaccero-Andrea Osvart, piegate dall’ingombrante presenza di Pippo Baudo nel 2003 e 2008. Non si parla qui né di conduttori veri e propri, che hanno in mano le redini della kermesse, né tantomeno di vallette o valletti, termine aberrante ma che rende bene l’idea dell’(in)utilità di questi sul palco. Qui si parla di quel corposo limbo intermedio popolato da figure che, in caso di emergenza, un festival te lo possono anche salvare. Un po’come successe l’anno scorso con Bizzarri e Kessisoglu, che riempirono con sapienza le incertezze nella conduzione di Morandi e qualche buco di troppo di scaletta, o nel 2001 con Chiambretti. Per Papaleo è un’occasione unica per farsi conoscere al grande pubblico televisivo, che lo ricorda, se va bene, solo se accostato ai film di Pieraccioni, abbattendo nel contempo quegli inutili steccati (tutti italiani, ndr.) che vogliono un attore buono o solo per il cinema o solo per le fiction o solo per il teatro, ignorando che, se uno attore lo è per davvero, è buono e per il cinema e per la televisione e per il teatro. Papaleo è artista poliedrico e attore capace, abile nel saper passare da film disimpegnati a prove d’autore (la sua interpretazione del piccolo politicante Cucchiaro in “Del perduto amore” di Michele Placido è una piccola perla). Un istrione che ha sempre spaziato dal cinema al teatro, dal cabaret alla musica, passione quest’ultima ben concretata nella sua prima regia cinematografica, il recente e delizioso “Basilicata coast to coast”, ma anche dalla pubblicazione, nel lontano 1997, di un album d’inediti, “Che non si sappia in giro”, di cui l’attore di Lauria curò testi e musiche, non banali. Uno capace, insomma, ora chiamato alla prova del nove. Accanto a sé avrà una modella ceca – pare appassionata di musica – Ivana Mrazova e la ventisettenne Tamara Ecclestone, figlia del padre padrone della Formula 1, Bernie, che al momento risulta essere, accanto a un’indiscutibile avvenenza, la sua qualità migliore. Questione di papà, insomma… o Papa-leo o papà-tuo.

martedì 30 agosto 2011

"Ciò che non posso avere"


gobbiS'intitola "Ciò che non posso avere" (Zeta Factory, Venus/Believe) il disco d'esordio di Barbara Gobbi, cantautrice e chitarrista modenese. Un album graffiante, robusto e ben confezionato con dieci tracce dalle marcate venature rock, che confermano le qualità compositive dell'artista e ben riproducono la sua energia live. A trainarlo il bel singolo "Certezze e cemento", brano con cui Barbara ha vinto nel 2010 la sezione cantautori della quarta edizione del Tour Music Fest 2010 (sbaragliando la concorrenza di altri 4mila concorrenti), conquistando nello stesso anno anche il terzo posto e il "Premio Musica É" al "Contursi Festival", che io presentavo. Un brano, "Certezze e cemento", entrato nella playlist di Rai-Isoradio attraverso il programma "Diesel" di Alessandro De Gerardis, attento osservatorio sulla scena musicale indipendente italiana, e poi, prima della pausa estiva, piazzatosi al 39° posto della Indie Music Like top 100, la classifica dei cento brani indipendenti più trasmessi dal circuito di radio, web radio e new media legati alla IML. Annotazioni non marginali, ma che testimoniano ulteriormente la bontà di un progetto discografico, la cui gestazione è stata particolarmente lunga e travagliata, ma che affonda le radici in una passione autentica, concreta e antica per la musica dell'autrice. "Ciò che non posso avere" è un disco che si fa ascoltare con naturalezza e piacere (lasciando la voglia di sentirlo una volta ancora) lungo dieci tracce ben incastonate tra loro e passando per temi come l'abbandono, il dolore, il conflitto tra anime amorose, che spesso si rifugiano dentro maschere. Il suono è asciutto, duro, vero, con poche concessioni ad arrangiamenti barocchi e all'uso di archi, riportando perfettamente sullo spartito ciò che le parole dicono. C'è, per qualità dei testi e costruzioni armoniche, quasi un'eco della prima Carmen Consoli. Tra le chicche, a mio avviso, oltre al singolo, "Afa circonda", "Intrigante" e "La lieta notizia". "Ciò che non posso avere" è, insomma, un album da avere, per riconciliarsi con la buona musica, il cantautorato non banale e la ricca forza creativa della scena indipendente italiana. Barbara Gobbi arriva da una terra straordinariamente fertile, da sempre, dal punto di vista musicale e il suo stile, che non scimmieggia o strizza l'occhio a chicchessia, le consente di occupare con piena dignità un posto in quella terra. Sperando sia solo la prima tappa di un lungo percorso, good luck, Barbara!


giovedì 7 luglio 2011

Scudetti e Facchetti

Giacinto Facchetti 2.jpgFin dall'estate del 2006 sono convinto di una cosa: quello scudetto non andava assegnato. Mai avuto dubbi. Perchè se, come emerso e confutato dalle carte del pm Stefano Palazzi, la stagione di Serie A 2005/2006 seguì regole "sue", fu giusto toglierlo alla squadra che lo vinse sul campo, ma non fu propriamente corretto darlo in premio a una squadra terza classificata, a 15 punti dalla prima e non solo per magheggi e ruberie di Moggi & co; anche se, all'epoca, l'Inter sembrava al di sopra di ogni sospetto e ora, cinque (5!) anni più tardi, sono emerse carte e intercettazioni che proverebbero un craxiano "così facevan tutti", curiosa regola tutta italiana, per cui se uno solo ruba è un ladro, ma se lo fanno tutti sono dei drittoni. Quello scudetto, per me, lo vinse la Juventus; lo vinse sul campo perchè aveva formazione e tecnico migliori, meritandoselo. Ma se, come sostenuto da Palazzi, Moggi e Giraudo si resero protagonisti di fatti "di differente gravità, protrazione e invasività" rispetto, per esempio alle altre punite di allora (Fiorentina, Lazio e Milan) e all'indiziata di oggi (Inter), andando ad ammorbidire, fare pressione, piegare alle loro logiche da delirio d'onnipotenza dirigenti, designatori arbitrali, fischietti e quant'altro, quello scudetto andava tolto. E così fu. Punto. Invece, l'allora Commissario Straordinario della Figc, Guido Rossi, insieme a tre Saggi, decise di andare oltre, assegnando il tricolore all'Inter, formazione, per l'appunto, arrivata a 15 punti dalla Juve, a 12 dal Milan, dopo un campionato mediocre, soprattutto per colpe sue. Subito allora i primi sospetti, per quell'esperienza di cinque anni di Rossi come dirigente finanziario nell'Inter e, diciamocelo, anche per esser stato alla guida di quella Telecom Italia poi passata a Tronchetti Provera (e dove tornerà brevemente dopo Calciopoli), manager di metà delle grandi aziende italiane, tra cui Pirelli, sponsor storico del club dei Moratti, e membro del cda nerazzurro. Allora i sospetti, oggi le ulteriori carte del Pm Palazzi a chiusura delle indagini sulle intercettazioni che riguardavano proprio l'Inter e nel dettaglio, il suo Presidente di allora, il compianto Giacinto Facchetti, e l'allora azionista di riferimento, l'attuale Presidente, Massimo Moratti, accusati di aver conversato anch'essi con gli allora designatori (o disegnatori?) arbitrali e, per questo, di aver violato, gli Art. 1 e 6 del Codice di Giustizia Sportiva, che fanno riferimento rispettivamente a slealtà e illecito. Accuse che metterebbero l'Inter sullo stesso piano di Fiorentina, Lazio e Milan, tutte penalizzate all'epoca, ma che sono, altra aberrante consuetudine tutt'italica, orami prescritte. Dunque, uno scudetto premio a una confutata "onestà" che, oggi, appare fuori luogo, al di là di ogni campanilismo. L'Inter e Moratti farebbero bene a rinunciare allo scudetto e pure alla prescrizione. Perchè, così facendo, potrebbero difendersi in prima persona nel processo sportivo - cosa finora mai accaduta - e anche perchè, andando a ricostruire giornalisticamente la storia, l'impianto accusatorio di Palazzi contro Fiorentina, Lazio e Milan è già stato sconfessato dalla Corte Federale. Un'operazione che consentirebbe di fugare, in caso di assoluzione, ogni dubbio e di lavare storia e maglia dell'Inter da quelle lordure sentite ultimamente. Perchè digitare su Google il nome di Giacinto Facchetti e veder uscire come risultato le foto di Bergamo, dell'arbitro Nucini e di altri smanettoni corrotti è ben più avvilente, pruriginoso e deprimente che rinunciare a uno scudetto a tavolino. Allora chiamavano tutti, è vero, ma basta ascoltare e leggere le intercettazioni, per capire che chiamavano per motivi diversi, con toni diversi e da posizioni diverse. Non si poteva fare, è vero, quindi giusto non assegnare lo scudetto, ribadisco, e, in caso di rinuncia alla prescrizione, magari beccarsi anche qualche punto di penalizzazione. Ma il nome di Facchetti, soprattutto ora che una malattia se l'è portato via, deve uscirne senza la minima macchia. Uno come lui andrebbe insegnato a scuola, portato a esempio di chi il calcio lo sceglie, fin dalle giovanili, perchè, in caso di piedi buoni, porta in breve soldi e figa a palate. Io per vedere ripristinata l'integrità e l'onestà di Facchetti, rinuncerei anche agli scudetti 2007, 2008, 2009 e 2010. Da un lato gli scudetti, dall'altro Facchetti...